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Come nasce una canzone

Su che cosa sia l'ispirazione, filosofi e artisti hanno dibattuto per millenni.

Non esiste una formula per la creatività: la scintilla,
lo spunto per una canzone, può venire tanto dal più banale
cuore spezzato, quanto dalle opere di Nietzsche e
Baudelaire (le 'fonti' di Jim Morrison).


Genesi traumatiche
Oppure una canzone può nascere da un fatto straordinario, come l'incendio che il 7 dicembre 1971 devastò il Casinò svizzero di Montreux (quella sera suonava Frank Zappa) ispirando ai Deep Purple la loro leggendaria "Smoke On The Water", scritta al volo su un tovagliolo mentre la band assisteva al rogo dai tavolini di un ristorante.
A volte la Musa lavora molto più lentamente: per dare alla luce le canzoni del loro disco d'esordio, i Velvet Underground hanno speso l'intero 1965, giorno e notte, a provare e riprovare (per poi registrare l'album in tre giorni).

Prima il testo o la musica?
In generale, quando si compone una canzone "nel 99% dei casi nasce prima la musica – spiega Alberto Salerno, autore di testi come  "Terra promessa" di Eros Ramazzotti e "Io vagabondo" dei Nomadi – L'autore del testo adatta poi le parole sulla metrica e sugli accenti della musica".

Cantautori eccezionali
L'eccezione sono i cantautori come De Gregori che, continua Salerno, "fanno tutto da soli: sono talmente coinvolti nella canzone che magari hanno già in mente delle immagini. Musica e testo allora possono nascere contemporaneamente". Anche Bugo fa così, ma rivela: "Sto sviluppando un approccio diverso, al computer, che mi offre soluzioni sonore che prima non avevo. Unendolo alla mia capacità di scrivere con la chitarra in modo tradizionale, ottengo dei risultati di commistione che mi piacciono".


Il nido della creatività
Pareti insonorizzate, strumenti da migliaia di euro e tecnologie sofisticatissime? Sì, quelle spesso ci sono, ma non sono il tratto distintivo di uno studio di registrazione. «Dopo gli anni Sessanta – scrive Brian Eno nella prefazione a Good vibrations – A history of record production – la gente cominciò a vedere lo studio come un labirinto di possibilità e iniziò a sperimentare». Gli studi di registrazione sono tutt'altro che luoghi asettici e spersonalizzati; al contrario, ognuno ha una sua storia, caratteristiche specifiche e mura che trasudano delle musiche che lì sono state inventate.

L'entrata degli Abbey Road Studios di Londra. Fondati
nel 1931, divennero famosi grazie ai Beatles. Oggi
sono gli studi di registrazione più richiesti dalle star
mondiali.


Molti puzzano di fumo, altri sono bui e angusti, altri stanno in case di campagna tra gatti e ceste di vimini. La magia è tutto in uno studio, e la perfezione è il contrario della magia: lo sostiene Mauro Pagani (ex PFM, autore solista e produttore di fama, che ha lavorato con Fabrizio De André al capolavoro "Creuza De Mä"), che a Milano ha fondato le Officine Meccaniche: «Avere uno studio proprio è come possedere una bottega artigiana: ogni lavoro che si fa si sedimenta per il futuro».
I mitici Abbey Road Studios bestlesiani agli inizi non erano per nulla mitici, lo diventarono nel tempo, e grazie proprio alla perenne insoddisfazione degli "scarafaggi", che dai tecnici non accettavano mai come risposta «Non si può fare»: tra il 1963 e il 1967, a furia di prove, sperimentazioni, forzature, invenzioni, e con la supervisione di George Martin, gli studi divennero "IL" luogo della creatività musicale, sancirono il matrimonio tra classica e pop (con "Yesterday") e segnarono la storia della registrazione.

Luoghi magici
«Appena può un produttore si crea un proprio studio di registrazione», afferma ancora Mauro Pagani. Così ha fatto anche Rick Rubin, uno dei più influenti producer planetari degli ultimi 20 anni, che ha acquistato una splendida villa d'inizio secolo a Laurel Canyon, sulle colline di Los Angeles, e l'ha trasformata nella sua abitazione-studio: tra le sue mura hanno preso forma album come "Blood Sugar Sex Magik" dei Red Hot Chili Peppers e "Out Of Exile" degli Audioslave. A detta di Anthony Kiedis (voce dei RHCP) e degli altri artisti, l'atmosfera creativa e il sound che ne è scaturito in quei giorni del 1980 non sarebbero stati riproducibili altrove, anche perché i musicisti, che vivevano nella casa, riuscirono ad armonizzare i loro stili di vita e a sperimentare continuamente nuove soluzioni sonore.

La tecnologia ipersofisticata non è tutto, l'importante è che gli artisti si trovino a proprio agio: nel 1996 i Radiohead sentivano l'esigenza di creare muovendosi liberamente e allestirono uno studio mobile nella Canned Applause, un capanno per la raccolta delle mele; aveva solo un grande banco mixing, un registratore da 2 pollici e due massicci scaffali mobili con tutto il resto dell'equipaggiamento, ma il sound che ne uscì, in parte registrato anche nelle sale del maniero quattrocentesco dell'attrice Jane Saymour, strabiliò il mondo: era il grande successo di "Ok Computer".

Non è una pratica solo degli ultimi anni: già nel 1956, per l'hit "Heartbreak Hotel" di Elvis Presley, Steve Sholes invece che utilizzare in studio il solito effetto delay (che crea una sorta di eco), portò Elvis a registrare in una chiesa sconsacrata di Nashville, ottenendo in maniera naturale un sound cavernoso, come se fosse stato inciso in una casa desolata e infestata dai fantasmi.
E il catacombale Trent Reznor dei Nine Inch Nails dove poteva registrare "The Downward Spiral" (1994) se non nella villa di Beverly Hills in cui nel 1969 Charles Manson e seguaci compirono la famigerata strage dell'"Helter Skelter"?

Sempre più specializzati
Se dovete incidere un album di hip hop, non pensate nemmeno per un istante di andare agli spaziali Real World Studios di Peter Gabriel a Box nella campagna inglese dello Wiltshire, prenotate piuttosto delle session ai Chung King Studios di New York (detti "gli Abbey Road del rap"), dove, sotto lo sguardo di John King, registrano i Beastie Boys, Nas e Lauryn Hill. E se volete sfondare con un gruppo heavy metal è meglio che vi inoltriate nella campagna del Derbyshire, dove stanno i Backstage Recording Studio, in una fattoria del XVI secolo riadattata dal producer Andy Sneap: qui hanno registrato Opeth, Testament, Nevermore, Trivium, Kreator e molti altri gruppi chiave del metal degli ultimi 20 anni.

Naturalmente esistono ancora grossi studios in cui si produce di tutto (specie gli artisti mainstream), come gli Ocean Way di Hollywood (AC/DC, Paula Abdul, Bon Jovi, B.B. King, R. Kelly, R.E.M.) o gli Air Studios di Londra (Robbie Williams, Black Eyed Peas, U2, George Michael), ma la tendenza è la specializzazione.
Lo ribadisce Claudio Gabbiani, musicista, produttore e insegnante presso il Master in Comunicazione Musicale per la Discografia e i media dell'Università Cattolica di Milano: «Esiste ormai una tale specificità dei generi musicali per cui in studio ci devono essere gli strumenti, i microfoni e i software in grado di dare quel sound che l'artista sta cercando».

I Muse, per una canzone del loro ultimo disco (City of Delusion), erano alla ricerca di un arrangiamento particolare, con archi dal sapore mediorientale, e così sono andati a registrarli proprio alle Officine Meccaniche, convinti che solo lì avrebbero trovato quello che cercavano.

Fonte: Focus. Ultimo aggiornamento: 02/01/2007

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