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Il genio viaggia alla velocità del suono? È quanto affermano i sostenitori della
celebre teoria denominata “Effetto Mozart”, secondo la quale, dopo una calibrata
esposizione alla musica del compositore austriaco, potremmo diventare tutti più
intelligenti.. Non solo: la musica di Mozart sarebbe in grado di calmare gli
attacchi epilettici e di contenere i danni del morbo di Alzheimer. Cosa c’è di
vero? La musica di Mozart (e quella classica in generale) cura realmente? È in
grado di far star meglio i feti e i neonati a crescere? Cosa dice la scienza a
questo proposito? Esistono ricerche scientifiche che confermano queste ipotesi?
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
Non solo Amadeus…
In realtà non sarebbe corretto riconoscere il merito dell’azione
benefica della musica sulla psiche umana a un solo autore. La Musicoterapia
insegna come pressoché tutti gli autori classici abbiano lavorato in modo tale
da dar vita a melodie “terapeutiche”: «Per quanto riguarda gli adulti – spiega
Renato De Michele, Musicoterapista e presidente dell’Associazione Italiana
Registro Musicoterapia – la predisposizione verso una musica piuttosto che
un’altra dipende dall’identità culturale di ciascuno, dalle esperienze
ambientali e familiari. Le variabili personali sono troppe per poter affermare
con sicurezza che una musica standard possa avere universalmente effetti
migliori di un’altra». Così, se una persona ha ricordi piacevoli legati a
Mozart, reagirà positivamente alla sua musica, ma non più di quanto un’altra,
che adora Bach, possa reagire all’ascolto di quest’ultimo. Su questo
principio si basa la musicoterapia “recettiva” o “d’ascolto”, utilizzata su
pazienti affetti dalle patologie più diverse (da quelle psichiche a quelle
degenerative) allo scopo di garantire loro un miglioramento della qualità di
vita. Durante la seduta, il musicoterapista propone diverse musiche, sia quelle
legate alla storia del suo paziente sia quelle “suggeritegli” dall’esperienza
personale e dalla propria risposta emotiva all’incontro.
Musica
e maternità «Il vero grosso effetto della Musicoterapia d’ascolto –
continua De Michele – è però quello sul feto durante la gravidanza. La sua
reazione all’ascolto degli autori classici è evidente: se la melodia è piacevole
e dolce, il feto “danza” armonicamente all’interno del ventre materno e se è
nervoso si calma. Quando la musica invece non gli è gradita, come può accadere,
per esempio, con musiche disarmoniche o in cui le percussioni sono troppo forti,
il bimbo si agita, scalcia, si muove a scatti». L’ideale – secondo alcuni
musicoterapeuti sarebbe poter disporre di sale-parto dotate di pianoforte. Le
apparecchiature, infatti, non sempre sono in grado di garantire frequenza e
volume del suono ottimali. Già da qualche anno un ospedale di Mantova
propone alle gestanti sedute di Musicoterapia, durante le quali si ascoltano, ad
esempio, i “Concerti Brandemburghesi” di Bach, “Le quattro stagioni” di Vivaldi,
o la musica New Age, in grado di rilassarle. Al momento del travaglio, viene
insegnato loro a trasformare i gemiti di dolore in canto “salutare” per se
stesse e per il loro bimbo. «Il mondo sonoro del piccolo nel periodo prenatale –
spiega De Michele – è costituito principalmente dalla voce della mamma, dal
ritmo del suo respiro, dal battito del suo cuore e dai suoni che, ovattati, gli
provengono dall’esterno. Sappiamo che dopo la nascita il bimbo sarà in grado di
riconoscere musiche ascoltate in gravidanza. E in ogni caso, un feto educato
all’ascolto della musica sarà un bambino più tranquillo dopo».
( Fonte Focus - Notizia aggiornata al 10 gennaio 2007)
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