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Suonare per comunicare La musicoterapia, però, non funziona
solo “in ascolto”: esiste un metodo, definito convenzionalmente “attivo”, in cui
musicoterapista e paziente suonano insieme utilizzando una vasta gamma di
strumenti a percussione, dai tamburi, alle maracas, agli xilofoni, fino a
strumenti anche non convenzionali (una matita battuta ripetutamente sul
pavimento, cucchiai, suoni prodotti con le mani o con la bocca). Terapista e
paziente, in questo caso, improvvisano suoni, ritmi e melodie, utilizzando le
sonorità prodotte come mezzi attraverso i quali comunicare l’uno all’altro
emozioni e stati d’animo. Tutto questo, allo scopo di costruire tra loro una
relazione “positiva”. «In musicoterapia – spiega Claudio Bonanomi, direttore
della Scuola di Musicoterapia di Lecco – il punto di partenza è sempre il suono
prodotto dal paziente. L’assunto di base è che ogni sonorità ha un senso proprio
e ben definito, che può essere subito chiaro oppure no. Nostro compito è quello
di cogliere il messaggio nascosto e di dare una risposta sonora adeguata, con
gli strumenti che abbiamo a disposizion». Questo “dialogo sonoro” tra terapista
e paziente ha lo scopo di permettere alla persona (o alle persone, in caso di
seduta di gruppo) di raggiungere il benessere e, in definitiva, di “stare
meglio” all’interno del proprio mondo.
Musicoterapista o sciamano?
La musicoterapia utilizza il suono, quindi, per produrre
una “trasformazione” positiva da uno stato di disagio a uno di benessere. Un
effetto stupefacente che affonda le sue radici nel potere della musica di
indurre stati di trance, descritti dagli etnomusicologi di quasi tutte le
culture. Caratterizzati da canti e balli estatici, movimenti e pianti convulsi,
oppure tremori ritmici, rigidità o immobilità simili a fenomeni catatonici,
influiscono a livello motorio, emozionale, psichico e sul sistema nervoso
autonomo e culminano in stati di coscienza profondamente alterati.
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Una donna in trance durante un rito voodo ad Haiti.
Il potere della musica e del ballo può portare a
stati di questo genere. | |
È possibile osservare il potere coercitivo della musica ad alto volume o con un
ritmo incalzante durante i concerti rock, dove migliaia di spettatori si
trasformano in un solo individuo e sono trascinati dalla musica. E lo stesso
accadeva in diverse forme di possessione, di cui un esempio italiano è il
fenomeno del “tarantismo” del secolo scorso, vale a dire la malattia data dal
morso di una fantomatica tarantola. Anche allora la persona (di solito donna)
veniva sottoposta a una sorta di “musicoterapia” e spinta a ballare
freneticamente in modo da liberarsi dal male.
E oggi, qual è il ruolo del
musicoterapista? Musicoterapista-sciamano o musicoterapista-dottore? Qual è la
credibilità che possiamo attribuire a questa scienza così nuova e particolare?
In realtà il musicoterapista non è un guaritore, ma nemmeno un medico. È
necessario che il suo lavoro sia tenuto sotto stretta osservazione da parte di
una figura sanitaria in grado di seguire l’intervento. Sarebbe un errore,
infatti, trasformare un terapista di questo tipo in una figura autonoma con
responsabilità che non è in grado di affrontare, dal momento che non ha alle
spalle un percorso universitario quale può essere quello di un medico.
Insomma,
il lavoro del musicoterapista dovrebbe essere inscritto all’interno di un
lavoro, più ampio, d’equipe. «C’è ancora molto da fare nel nostro campo –
conclude Bonanomi -. Ad oggi non abbiamo un metodo di misurazione dei risultati
come può essere il metodo scientifico. Cioè non possiamo purtroppo
“quantificare” ciò che otteniamo in terapia».
( Fonte Focus - Notizia aggiornata al 10 gennaio 2007)
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