Cosa è il Peer to peer (P2P)

Il P2P è positivo o dannoso?
L’anima commerciale di Internet (che vorrebbe tutto per sè) e quella libertaria
possono coesistere? Può esserci un equilibrio tra anarchia, tanto desiderata
dagli utenti che considerano la rete “la terra di nessuno” e controllo,
dall’alto, che a gran voce esigono i potenti? Queste le domande a cui tenta di rispondere Luca Scarselletta nella tesi con si è laureato
alla Sapienza di Roma (2004-05). L’analisi muove dalla cronistoria del P2P,
dagli usi principali nel presente e nel prossimo futuro, per affrontare via via
le tematiche relative alla connessione, arrivando a dimostrare come in realtà
il file-sharing sia così negativo, qualcosa di rivoluzionario,
tecnicamente inarrestabile, e soprattutto vantaggioso per le aziende, per il
mercato e per gli utenti». Senza tralasciare, infine, le proposte tese a
raggiungere un equilibrio tra le forze sociali e di mercato per un futuro
condiviso.
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Il p2p è esploso con il caso Napster (il primo programma di
filesharing, condivisione di file) sulla cui rete giravano prodotti coperti da
copyright, che, è stato costretto a chiudere per violazione della proprietà
intellettuale. Allora i più sostenevano la veridicità dell’equazione p2p =
filesharing e quindi alla criminalizzazione di Napster (e del filesharing in
generale, peraltro sbagliata, come si dimostrerà più avanti), seguì logicamente
la criminalizzazione del p2p. Oggi, nonostante una legislazione mondiale
contraria al filesharing (anche qui in maniera errata), il p2p viene però
considerato una risorsa della quale non si può più fare a meno: si è passati
alla legalizzazione di tale tecnologia
Che cosa è il peer-to-peer comuputing? Per alcuni
peer-to-peer (più comunemente abbreviato in p2p) è sinonimo di filesharing o
swapping, per altri instant messaging, telefonia Internet o group
collaboration, per altri ancora p2p significa distributing computing. In realtà
il p2p è tutto questo e molto altro ancora.
Nel mondo reale se pensassimo ad un processo p2p dovremmo
immaginare una relazione del tipo person-to-person: possiamo, per
esempio comunicare in maniera diretta, senza intermediari, con il telefono,
poiché la chiamata non viene bypassata da un server centrale prima che venga
inoltrata; la versione p2p di una chiamata telefonica person-to-person è
l’instant messaging, in quanto i messaggi, anche in questo caso non passano
attraverso nessun “filtro” centrale, a differenza invece dell’e-mail (e del
sistema postale nel mondo fisico) nel quale ogni forma di comunicazione passa
attraverso un server (o un ufficio postale) che ha il compito di immagazzinarla
e quindi indirizzarla ad destinatario. La caratteristica fondamentale, quindi,
del p2p è l’eliminazione del “middleman”, di un centro di comando: la
decentralizzazione. Nel modello p2p un computer si connette ad un altro senza altri
pc nel mezzo, non c’è nessun terzo elemento che possa inserirsi e danneggiare o
perdere i messaggi che veicoliamo: la comunicazione è privata, e non c’è nulla
che il Service Provider possa fare per porci dei limiti.
Nel modello client-server, invece, come già descritto, chi
gestisce il mainframe centrale diventa il Big Brother: può dirci cosa
possiamo e cosa non possiamo fare, se vietarci o permetterci l’accesso ad un
particolare servizio e può tracciare qualsiasi cosa noi facciamo mentre siamo
on-line. Se il processo di emancipazione dal sistema centrale e gerarchico del
modello client-server è iniziato alla fine degli anni ’70 con la rivoluzione
del desktop pc che portò alla decentralizzazione delle tecnologie di
analisi e calcolo, oggi, con la rivoluzione p2p che stravolge il paradigma
tecnologico grazie alla decentralizzazione delle tecnologie on-line, si è messo
fine allo strapotere di questo modello top-down.
Il p2p prima di essere strumento, architettura, tecnologia,
è un modo di pensare: p2p “is computing by the people, for the people”. Il p2p
è una filosofia che può essere applicata a qualsiasi ambito della sfera
sociale, dall’economia, alla politica, alla religione. Il concetto p2p è
vecchio quanto il mondo. Quel che però ci interessa è la sua applicazione in
quanto tecnologia rivoluzionaria.
Possiamo, quindi, darne una iniziale definizione formale:
“P2P è un’architettura di rete nella quale ogni computer ha
le stesse capacità e responsabilità”
Eppure questa definizione non sempre è valida: in alcuni
casi si dimostra troppo ampia (qualsiasi applicazione, come ad esempio la posta
elettronica, che facilità la comunicazione tra due pari potrebbe esser definita
p2p!), in altri troppo ristretta (la rete di Napster che usava server centrali,
Kazaa che usa supernodi con maggiori capacità e eDonkey che usa server
distribuiti per l’indicizzazione dei file non rientrerebbero in tale
definizione!).
Per essere definito p2p, quindi, un sistema deve avere le
seguenti caratteristiche:
• Real-time data/message trasmission: il
flusso di informazioni passa direttamente da un peer all’altro senza ritardi
(delay) dovuti al passaggio tramite intermediari (server). I network p2p
garantiscono quindi trasmissioni in tempo reale;
• Peer come Client e Server: in un sistema p2p
ogni computer è sia client (può mandare dati) che server (può ricevere dati).
Ogni pc è quindi servent (server + client). Questo permette al
network di decentralizzare le informazioni che circolano in esso. In un sistema
client-server, se il server non funziona l’intera rete muore; in un sistema p2p
se un peer si disconnette, la funzione di tale peer nella rete sarà
riammortizzata dagli altri nodi, il network non subisce danni;
• Peer fornitori di contenuto: in ogni sistema
p2p i singoli nodi forniscono le risorse al network;
• Controllo ed autonomia dei peer: in funzione
della decentralizzazione ogni nodo della rete è autonomo ed indipendente, non
c’è nessun controllo sulle sue attività e risorse. Ci si può domandare “chi
possiede l’hardware?” per capire il livello di autonomia e controllo (per es.
l’e-mail non è p2p perché è l’ISP a possedere i mail-server e non gli utenti,
ed invece, BitTorrent è p2p perché i singoli user sono i proprietari della
maggioranza dell’hardware (i propri pc sui quali è immagazzinato il contenuto);
• Connessioni variabili ed indirizzi temporanei: i
sistemi p2p sono indipendenti dall’indirizzo IP permanente; l’ISP assegna
indirizzi dinamici ai loro utenti , operando fuori dal sistema dominante del
sistema DNS (Domain Name Service). Inoltre la natura della connessione alle
varie reti p2p è transitoria, gli utenti non sono connessi 24 ore su 24, solo
se sono on-line i loro nodi saranno attivi.
Il peer-to-peer non è quindi il modello ideale per qualsiasi
applicazione: le due architetture (p2p e client-server) possono tranquillamente
coesistere perché assolvono compiti diversi: se per la distribuzione di
qualsiasi tipo di contenuto i sistemi decentralizzati garantiscono una maggiore
efficienza, controllo e sicurezza possono essere assicurate solo dai modelli
centralizzati.
Di seguito, quindi, un elenco dei punti di forza e di
debolezza del p2p.
Punti di forza:
• edge: i sistemi p2p fanno leva sulla risorse
inutilizzate che si trovano sui centinaia di milioni di computer (e altri
devices); rappresentano la periferia (the edge) di Internet;
• fast delivery: il p2p permette una più
veloce distribuzione delle informazioni da nodo a nodo bypassando qualsiasi
“filtro” centrale;
• free bandwidth: il p2p permette una migliore
gestione della banda disponibile, a differenza del modello client-server in cui
si verificano, all’aumentare delle richieste dei client, frequenti colli di
bottiglia (bottleneck);
• personal efficiency: gli utenti non devono
aspettare lunghe code per i task essenziali poiché l’attività viene intrapresa
a discrezione dell’utente;
• cost saving: il p2p garantisce risparmi
economici notevoli. Essendo le risorse e la potenza di calcolo dei computer
distribuita su tutta la rete, non c’è bisogno di costosissimi server centrali;
tutto ciò determina altresì la riduzione dei costi di gestione centralizzata e
di storage;
• no centralized control: non c’è nessuno big
brother nei sistemi p2p, nessun controllo dal centro;
• scalability: è sicuramente una della
caratteristiche più importanti del modello p2p. Se nel modello centrale
l’aumentare degli utenti determina problemi di gestione, traffico e controllo
del network, nel p2p la rete può crescere a dismisura senza che si verifichino
problemi di scalabilità; anzi, l’efficienza e la ricchezza del network è
direttamente proporzionale alla sua grandezza;
• fault tolerance: si intende la capacità del
sistema di resistere alla perdita di alcune sue parti. Nel p2p nessun nodo è
indispensabile al funzionamento dell’architettura; anche se il network perde
parte dei suoi peer (che si scollegano) rimane comunque funzionante;
• privacy: il livello di privacy nei sistemi
p2p è sicuramente maggiore poiché ogni tipo di informazione è scambiato direttamente
da pc a pc;
• flexibility: i modelli p2p sono più
flessibili ed adattabili dei tradizionali client-server.
Punti di debolezza:
• nel p2p non vi è garanzia che il contenuto dei nodi sia
sempre disponibile. Se un utente scollega il proprio pc dalla rete, tutte le
risorse che possiede e che determinano la ricchezza di quel determinato peer
non sono più accessibili dal network;
• difficoltà di fermare la condivisione e lo scambio di
contenuto protetto da copyright (una possibile soluzione è data dai sistemi di
DRM);
• mancanza di standard a livello tecnologico di protocolli,
infrastrutture e supporti (anche se finalmente vengono prodotti software open
source con licenza Creative Commons come Limewire) e a livello etico/sociale;
• estrema facilità nel propagare qualsiasi tipo di dati
benevoli ma anche malevoli (virus, materiale pedo-pornografico, spyware,
adware, misinformation, contenuti protetti, ecc);
• essendo il p2p un sistema aperto è facilmente attaccabile
dagli hackers; mancanza di sicurezza;
• infine, il punto debole più rilevante è l’incapacità di
trasformare gli scambi p2p in ritorni economici. Solo ultimamente si stanno
smuovendo le acque e l’industria del contenuto incomincia a comprendere i
vantaggi del p2p e la possibilità di sviluppare dei business model (es. BBC con
iMP, o gli investimenti Bertelsmannsulla distribuzione, i software di
videosteaming p2p ad es. sul portale italiano di IPTv Coolstreaming, ecc.
ecc.).
Quest’ultimo punto è talmente importante per l’affermazione
dei sistemi distribuiti che merita ulteriori considerazioni.
Prima di esaminare come il p2p sia capace di generare profitto è
necessario porci una domanda: “il p2p è un modello di business, o una causa
politica, un emblema da difendere?”
Per molti il p2p non ha nulla a che fare con le dinamiche di
mercato: vedono tale sistema come una tecnologia in grado di ridurre la propria
dipendenza dalle big corporate americane.
Il p2p è un movimento, una mentalità, un fenomeno sociale.
Per costoro il p2p è da difendere a tutti i costi perché è la cosa giusta da fare,
che non ha nulla a che vedere con il profitto. Oltre a liberare la proprietà
intellettuale dal controllo delle major (grazie al filesharing), il p2p è un
“bene sociale” perché trae la sua forza dall’utilizzo delle risorse alla
periferia della galassia Internet: pensiamo alle iniziative di distributed
computing di associazioni no-profit come lo United Devices’Cancer Research
Project o il progetto SETI@home (Search for Extraterrestrial Intelligence at
home).
Quindi il p2p non è solo mercato e non nasce dal mercato:
come ogni nuova tecnologia segue un ciclo continuo che parte dal livello
“grassroots” e dopo aver raggiunto un determinato valore critico si afferma nel
mercato business per essere infine spinto dalle big company fino ad affermarsi
nel mercato di massa come bene puramente commerciale. Sebbene nasca quindi come
un fenomeno sociale (la stessa esplosione di Napster può esser vista, almeno
parzialmente, come un’espressione politica), affinché si affermi come
“tecnologia di massa” deve necessariamente evolversi in un modello di business.
“The cycle is always the same with technology: public love, then
maturation, then corporate adoption”.
Va detto, inoltre, che senza gli investimenti lo sviluppo di
una tecnologia ristagna.
E’ quindi necessario che qualsiasi compagnia sviluppi
modelli di business: per sopravvivere (nel caso di progetti no-profit a
scopo sociale) o per dominare (nel caso delle big company che vogliono
creare un mass market).